Il
microclima è una fonte di rischi negli ambienti di lavoro. Un documento offre
indicazioni normative, indici e norme tecniche per la valutazione dei rischi.
Come mantenere il comfort termico e come proteggere i lavoratori negli ambienti
freddi.
Si è tenuto a Ceregnano, in provincia di Rovigo, il
seminario "Microclima
e stress termico da temperatura", organizzato da Polistudio, società di
ingegneria che si occupa di consulenza e formazione sull'ambiente e sulla
sicurezza nei luoghi di lavoro.
In questo seminario si è approfondito, in materia di igiene industriale, un
argomento ancora poco discusso e affrontato: il microclima come fonte di
rischio negli ambienti di lavoro.
Se infatti per alcune attività il microclima può essere causa solo di un
"semplice discomfort", in altri casi può essere causa di disfunzioni che
possono compromettere la salute e l'efficienza del lavoratore.
Di questo seminario sono stati
pubblicati gli atti,
relativi in particolare all'intervento del Dr. Francesco Tapparo (consulente in
tecnologie di monitoraggio ambientale) dal titolo "Microclima
Termico".
La prima parte del documento è relativa ad una panoramica sulla normativa
vigente.
Le parti del Decreto legislativo 81/2008 che fanno diretto o indiretto
riferimento al rischio microclimatico, sono diverse.
Riportiamo a titolo esemplificativo alcune indicazioni contenute nell'allegato
IV (Requisiti dei luoghi di lavoro) in relazione alla temperatura dei
locali:
1.9.2.
Temperatura dei locali
1.9.2.1. La temperatura nei locali di lavoro deve essere adeguata all'organismo
umano durante il tempo di lavoro, tenuto conto dei metodi di lavoro applicati e
degli sforzi fisici imposti ai lavoratori.
1.9.2.2. Nel giudizio sulla temperatura adeguata per i lavoratori si deve tener
conto della influenza che possono esercitare sopra di essa il grado di umidità
ed il movimento dell'aria concomitanti.
1.9.2.3. La temperatura dei locali di riposo, dei locali per il personale di
sorveglianza, dei servizi igienici, delle mense e dei locali di pronto soccorso
deve essere conforme alla destinazione specifica di questi locali.
1.9.2.4. Le finestre, i lucernari e le pareti vetrate devono essere tali da
evitare un soleggiamento eccessivo dei luoghi di lavoro, tenendo conto del tipo
di attività e della natura del luogo di lavoro.
1.9.2.5. Quando non è conveniente modificare la temperatura di tutto
l'ambiente, si deve provvedere alla difesa dei lavoratori contro le temperature
troppo alte o troppo basse mediante misure tecniche localizzate o mezzi
personali di protezione.
(...)
Inoltre
l'art. 181 del D.Lgs 81/2008 indica che "il datore di lavoro valuta tutti i
rischi derivanti da esposizione ad agenti fisici" e per agenti fisici si
intendono (art. 180) "il rumore, gli ultrasuoni, gli infrasuoni, le vibrazioni
meccaniche, i campi elettromagnetici, le radiazioni ottiche di origine
artificiale, il microclima e le atmosfere iperbariche che possono comportare
rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori".
Quindi come ci si regola praticamente per la valutazione?
Poiché la normativa nazionale è "carente dal punto di vista tecnico" (il Testo
Unico "afferma unicamente che deve essere garantita agli operatori una
situazione di benessere termico"), ci si "deve basare sulle indicazioni
scientifiche e sulle normative tecniche"; queste ultime propongono alcuni
indici microclimatici di comfort e/o di stress, indici che permettono di
interpretare le condizioni microclimatiche ambientali integrate con il tipo di
attività svolta dagli addetti.
Il documento descrive tali indici e le norme tecniche di
riferimento. Ne riportiamo alcune:
- UNI-EN-ISO 7730 1997 (determinazione degli indici PMV e PPD e specifiche per
le condizioni di benessere termico);
- ISO CD7730, ISO/TC159/SC5 N201 Ott.2001 (ambienti termici moderati e
discomfort locali); - UNI EN 27243 29/02/96 (valutazione dello stress
termico per l'uomo negli ambienti di lavoro, basata sull'indice WBGT).
Vi rimandiamo al documento originale per la lettura delle altre norme tecniche
e delle indicazioni e formule relative all'energia metabolica, al bilancio
termico, alla resistenza termica e permeabilità al vapore dell'abbigliamento e
a diversi strumenti di misura (anemometro, sonde a filo e a coppe, termometri,
igrometri, centralina microclimatica, ...).
Nella seconda parte del documento agli atti si affronta il comfort termico
definito come quello stato psico-fisico in cui il soggetto esprime
soddisfazione nei riguardi del microclima oppure come la condizione in
cui il soggetto non ha né sensazione di caldo né sensazione di freddo.
In particolare perché ci sia comfort termico globale "una condizione
necessaria è che l'energia interna del corpo umano non aumenti né diminuisca,
ovvero che nell'equazione di bilancio termico il termine accumulo sia
nullo".
L'autore riporta alcuni indici di discomfort globale :
- PMV (Predicted Mean Vote) indice di sensazione;
- ET (New Effective Temperature), indice di temperatura;
- PPD (Predicted Percentage Dissatisfied), indice che rappresenta la
percentuale prevista di insoddisfatti.
Inoltre ricorda che affinché l'ambiente sia termicamente accettato, deve essere
nullo anche il discomfort locale (relativo ad esempio alla presenza di correnti
d'aria, di un'elevata asimmetria media radiante, di un pavimento troppo caldo o
freddo, ...).
Dunque un ambiente può essere ritenuto accettabile, dal punto di vista termico,
quando sono contemporaneamente verificate le condizioni di comfort globale
(corpo intero) e locale (alcune zone del corpo).
Il documento tuttavia non affronta solo gli ambienti termicamente moderati,
ma anche gli ambienti termicamente severi.
Per ambienti severi "si intendono quelli nei quali, non essendo perseguibile il
comfort termoigrometrico, bisogna occuparsi della salvaguardia della salute".
Si distinguono in ambienti caldi e freddi.
L'autore indica alcune attività dell'industria alimentare che, in
relazione a diversi fattori (catena del freddo, prolungamento della
conservazione, mantenimento dei caratteri organolettici, ...), si svolgono in ambienti
freddi. Ad esempio attività ortofrutticole e attività in relazione a paste
fresche, salumi, carni e pesci, latticini, surgelati, congelati, gelati, ...
In queste attività il mantenimento del bilancio termico si ottiene:
- "con la regolazione vasomotoria ed utilizzando alcuni artifici";
- con "la variazione della postura del corpo (per modificare l'area della
superficie corporea offerta allo scambio termico)";
- con "la scelta di un abbigliamento opportuno".
Dopo aver presentato l'indice IREQ, per la valutazione dell'isolamento termico
dell'abbigliamento, l'autore ricorda che gli indumenti in ambiente freddo
devono essere di spessore adeguato. Inoltre devono essere comodi, devono poter
avere almeno 3 strati sovrapposti e devono essere permeabili al vapor d'acqua.
Infine si ricorda che per evitare discomfort, decadimento delle
prestazioni mentali e fisiche e danni da freddo, bisogna fare particolare
attenzione all'eventuale raffreddamento di tre parti del corpo: mani, piedi e
testa.
FONTE: PUNTOSICURO
|