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Un documento affronta il problema microclimatico
nei luoghi di lavoro. Gli aspetti normativi, gli sbalzi termici, la qualità
dell'aria, l'areazione naturale, la ventilazione forzata, la filtrazione e il
ricircolo.
In questi giorni il gran caldo insiste in
molte parti della nostra penisola e, di conseguenza, in molte attività
lavorative acquista più rilevanza il problema
microclimatico; microclima che, se non idoneamente affrontato
può essere fonte di disconfort e arrivare a compromettere salute e sicurezza
dei lavoratori.
Per approfondire la questione presentiamo
un documento pubblicato dall'Azienda
Sanitaria Locale Roma H nelle pagine web dedicate al dipartimento di
prevenzione (S.Pre.S.A.L.). In "Microclima",
a cura di Giovanni Proietti Simonetti, si affrontano diverse questioni relative
agli ambienti di lavoro.
Riguardo agli aspetti normativi si indica che
i riferimenti legislativi fondamentali per la valutazione degli ambienti
termici moderati sono indicati nell'allegato IV del Decreto legislativo
81/2008: questi "contengono una serie di disposizioni qualitative con
riferimenti a molte quantità (temperatura, umidità, velocità dell'aria,
attività, soleggiamento), ma nessun indicatore semplice sulla base del quale
formulare un giudizio di qualità, né alcun criterio quantitativo di
accettabilità".
Al
contrario la normativa tecnica "propone una metodologia per la valutazione del
confort microclimatico basata su quantità dette indicatori (o indici) sintetici
di qualità (o di rischio), che condensano in un numero minimo di valori
numerici tutta l'informazione necessaria alla formulazione di un giudizio di
accettabilità o inaccettabilità di un ambiente termico":
- indici sintetici di confort globale;
- indici di disconfort.
Il documento affronta il tema degli sbalzi
termici. Gli sbalzi termici elevati sono possibili
sia in inverno che in estate, ma le situazioni più critiche si presentano "in
corrispondenza di condizioni estive estreme nelle quali non è difficile creare
differenziali dell'ordine di 10 ÷ 15° C fra interno ed esterno, che possono
preludere a danni per la salute".
Alcune raccomandazioni:
-
"si raccomanda di predisporre una zona di
transizione non condizionata, anche di dimensioni limitate, nella quale
mantenere condizioni termiche intermedie fra quelle esterne e quelle interne
per permettere l'acclimatamento prima di entrare/uscire dal locale;
-
qualora fosse oggettivamente impossibile ricavare questa zona, si consiglia
di aumentare la temperatura interna nei giorni estivi più caldi, in modo da non
esasperare la differenza esterno-interno;
-
poiché tuttavia l'ambiente deve essere comunque adattato primariamente alle
esigenze di chi vi lavora, non vanno superati i valori di temperatura dell'aria
che definiscono il limite superiore del confort per condizioni tipiche estive",
ad esempio circa 26°C per attività molto moderate e vestiario consono alla
stagione.
Il documento affronta anche i problemi
relativi alla qualità
dell'aria indoor, dove per "aria indoor" si intende "quella
presente negli ambienti confinati non industriali (quali abitazioni, uffici,
ospedali, scuole ecc...): essa è caratterizzata dalla presenza di sostanze di
varia natura che provengono sia dall'interno delle costruzioni (originati dalla
stessa presenza umana o da emissioni di materiali e attività) che dall'esterno,
ma che non sono naturalmente presenti nell'aria esterna di sistemi ecologici di
elevata qualità".
Nel corso degli anni si è assistito a un progressivo
aumento, "sia in numero che in concentrazione, di sostanze
inquinanti aerodisperse con relative ricadute negative per gli effetti sulla
salute", incremento dovuto:
-
a scelte costruttive indirizzate, per legge, al risparmio energetico e
caratterizzate da ridotti gli scambi termici verso l'esterno;
-
utilizzo di nuovi materiali per l'edilizia e per gli arredi;
-
incremento del condizionamento che, "per recuperare una quota parte
dell'energia termica, adottano un ricircolo dell'aria";
-
"maggiore permanenza di persone all'interno di questi ambienti (nei paesi
industrializzati le persone trascorrono all'interno degli edifici oltre l'80%
del loro tempo) che contribuiscono essi stessi all'inquinamento atmosferico con
la respirazione e l'abitudine voluttuaria al fumo di sigaretta".
Il documento affronta poi l'aerazione
naturale, gli scambi d'aria tra gli ambienti di lavoro e
l'ambiente circostante: L'areazione naturale:
-
"concorre al mantenimento di una buona qualità dell'aria indoor;
-
permette di "controllare il valore di umidità relativa, riducendo la
formazione di condensa del vapore d'acqua sulle pareti e quindi il rischio
della formazione di colonie batteriche";
-
permette di "favorire gli scambi convettivi ed evaporativi e quindi
permettere una migliore termoregolazione corporea negli ambienti caldi".
Dunque una qualità accettabile dell'aria interna "deve essere ottenuta in primo
luogo attraverso l'aerazione naturale" e "i sistemi di aerazione meccanica vanno adottati non in
sostituzione, ma come integrazione dell'aerazione naturale, qualora questa non
sia sufficiente".
Dopo aver indicato alcuni valori di riferimento per l'areazione naturale negli
ambienti lavorativi, l'autore si occupa della ventilazione forzata, la "soluzione impiantistica
classica in cui il movimento dell'aria è realizzato con ventilatori, a volte
inseriti in un sistema di condizionamento o trattamento dell'aria, che
prelevano aria all'esterno dell'edificio e la distribuiscono utilizzando
(almeno parzialmente) una canalizzazione".
Il ricambio d'aria forzato
avviene quando:
-
"l'aerazione naturale (continua o discontinua) è insufficiente;
-
si devono rimuovere inquinanti diffusi a bassa tossicità e non è possibile ricorrere
all'aspirazione localizzata. In presenza di inquinanti moderatamente o molto
tossici e per sorgenti ben individuabili ci si deve avvalere di aspirazioni
localizzate;
-
sono richiesti (da una fonte legislativa, per esigenze produttive, ...) parametri
certi di qualità dell'aria in termini di rinnovo e/o
filtrazione/depurazione".
Dopo aver affrontato i problemi della filtrazione
dell'aria, riportando una tabella di classificazione dei
filtri, si ricorda che "una soddisfacente distribuzione della ventilazione nell'ambiente,
indispensabile per contenere entro limiti accettabili l'inquinamento ai posti
di lavoro, dipende non solo dalla portata dell'impianto ma anche da altri
fattori quali:
-
il tipo ed il posizionamento delle bocche di mandata e di
estrazione;
-
la temperatura dell'aria immessa e le sorgenti di calore presenti
nell'ambiente;
-
il peso specifico degli inquinanti da eliminare".
Infine due parole sul ricircolo
dell'aria, una modalità di gestione dell'aria di ventilazione
"che permette un risparmio energetico ma può comportare peggioramenti anche
sensibili nella qualità dell'aria". Questo è il sistema "meno sicuro per
assicurare la salubrità dell'aria in un edificio: infatti è sufficiente che in
un solo ambiente si realizzi un inquinamento di qualsivoglia natura (chimico,
batteriologico o virale) che la contaminazione si diffonda, anche se diluita,
in tutti i locali".
Il documento si conclude, con riferimento alla stagione estiva, esprimendo una
preferenza per l'impianto di climatizzazione e indicando che "nella stagione
calda la temperatura non dovrebbe essere inferiore di oltre 7°C da quella
esterna".
Fonte: Puntosicuro
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